La Cavalcata dei Dodici Mesi…Luzzano di Moiano 

e misi luzzano

 

Nel febbraio del 1977, a Luzzano di Moiano, un territorio ubicato nella Valle  Caudina nel cuore del Sannio in provincia di Benevento, dopo moltissimi anni, fu riproposta una delle più importanti manifestazione carnevalesche della tradizione campana, la Cavalcata dei Dodici Mesi  -‘E Misi.

e misi luzzano

 

Una ventina di personaggi, ognuno rappresentante un mese, una stagione o il calendario, cavalcando degli asini bardati a festa, giravano il paese di Luzzano, dando vita ad un suggestivo e spettacolare calendario rituale.

Il corteo carnevalesco si fermava in tutte le piazze disponendosi in circolo e qui ogni personaggio recitava una strofa che presentava il mese.

e misi luzzano

 

 

e misi luzzano

 

 

e misi luzzano

 

Storia e Tradizione della “Cavalcata dei Dodici Mesi”

I Dud’c’ mijs

Da tempo antico, e ancora oggi anche se non con cadenza annuale, la domenica precedente il Carnevale in alcuni paesi della Campania e del Sannio si svolge la suggestiva rappresentazione dei Dodici Mesi:  un corteo di uomini a cavallo, raffiguranti, nell’abbigliamento e negli arnesi agricoli esibiti, i diversi mesi dell’anno.

Il corteo dei cavalieri è preceduto da un Volante o annunziatore che invita tutti all’allegria e da Pulcinella, la maschera immancabile nelle rappresentazioni carnevalesche campane, che cavalca un asino e che, lungo tutto il corso della manifestazione, si pone come mediatore tra gli attori, seriosi  nel loro ruolo drammatico, e il pubblico di cui suscita l’ilarità con i suoi sberleffi, le battute, a doppio senso, e con il divorare  un piatto di maccheroni, insozzandosi tutto.

Giunti in qualche piazza del paese, che funge da palcoscenico, e dispostisi in cerchio, con l’aiuto degli accompagnatori  o guide dei cavalli, raccontano a gran voce, con cadenza musicale e vivacità cinetica e gestuale le caratteristiche atomosferico-fecondatrici dei singoli mesi.

A fine giornata banchettano consumando le vivande raccolte dai questuanti nel corso dello spettacolo.

Mentre i brani recitati dal Volante e da “Pulcinella Cetrulo” e quelli della chiusa finale, sono di fattura schiettamente popolaresca, quelli narranti i Mesi, pur tra evidenti trasposizioni e contaminazioni lessicali e metriche, rivelavano invece una fattura poetica.

In una raccolta di poesie edita nel 1833 dalla Stamperia e cartiera del Fibreno in Napoli, dedicata al marchese Basilio Puoti, si trovano il testo originale dei dodici mesi col titolo I mesi,  autore il cerretese Andrea Mazzarelli (1764-1823): uomo di vasta cultura, letterato, poeta, poligrafo.

Stando al suo biografo e promotore dell’edizione postuma Nicola Ungaro: queste dodici canzonette furono scritte per recitarsi da alquanti giovani nel tempo di Carnevale… esse non sono opera studiata, ma la più parte furono composte all’improvviso (op. cit. p. 128).

 

Dodici mesi,  hanno un’ispirazione bucolica ed agreste, versi brevi, dal ritmo di danza, un linguaggio convenzionale, un’umanizzazione della natura, ritratta nei minimi particolari, aggettivi esornativi, struttura metrica.

Il travestimento degli attori-mesi è affidato al loro estro, anche se, grosso modo, si nota una certa corrispondenza tra la maschera ed il contenuto del brano poetico recitato.

Gli attori sono perlopiù contadini, giovani e anziani, di sesso maschile, tre dei quali si travestono da donna per rappresentare:

Aprile: la sposa,  presente in quasi tutte le rappresentazioni del genere; Maggio:  una prosperosa pacchiana con in mano un mazzetto di rose; Settembre: ‘a scarpétta, donna tipica che indossa gonna lunga, grembiule, scialle ornato di frange e imbraccia una cesta d’uva.

Maschili i ruoli di:

Gennaio:  contadino con giacca intessuta di palline bianche di ovatta, raffiguranti la neve, in mano un’ampolla di bel liquor pregiato;

Febbraio: lo studente con vestito classico, papillon, penna al taschino, borsa di pelle con libri a lato;

Marzo: contadino con giubbino di pelle, cappello a cilindro, aratro in miniatura nella mano; Giugno: contadino con panciotto, paglietta cinta di spighe di grano, dita protette da cannelli, mazzetto di spighe in una mano, nell’altra il falcetto;

Luglio:  contadino con paglietta, orciolo (sécinello) a tracolla pieno di vino, sorseggiato di tanto in tanto, e in mano la forca per rimuovere la paglia; Agosto: cacciatore con fucile a tracolla e un canestro contenente un cocomero e un grappolo di uva moscatella;

Ottobre:  contadino con paglietta, una botticella a tracolla, una scaletta (serviva a salire fino alla bocca dei tini);

Novembre: cacciatore che tiene nel tascapane un tordo e con le mani getta il seme; Dicembre: contadino con lunga barba nera, mantello a ruota, cappello nero a larghe falde, nella mano l’uncino per afferrare alla gola il maiale.

I nostri Dodici mesi non presentano esplicite formule propiziatorie, nè metafore sessuali, presenti invece nei brani recitati da Pulcinella e soprattutto nella chiusa di questo rito-spettacolo.

 

 

VOLANTE

Io sono volante,

festa di Carnevale,

festa di allegria.

Signori, uscite a divertirvi

con questa mia compagnia

di gaudio e di piacere.

La vostra cortesia,

con la nostra garibaldina,

che fa dissonare.

 Dodici mesi sono questi,

indietro a me li porto

con indispensabili parole.

 Pulcinella, mio seguace,

dammi conto di questi dodici mesi

e se qualcuno non si porta bene

pigliar lo voglio con questo bastone.

 Avanti gennaio,

fatti sentire e portati bene,

 se non ti porti bene

domani mattina ti mando via,

se non ti porti bene

domani mattina ti mando via

 

PULCINELLA

Ed io a crepa pancia

godo altre sostanze,

ho tre sorelle:

amano me con eccellenza.

Primavera con i fiori,

ed io a letto con amore,

estate con sudore,

ed io consumo.

L’autunno benchè sia triste,

mi favorisce del buon vino,

poi ce ne andremo al fuoco;

col vino e con l’arrosto,

berremo un bidone,

giudicheremo l’inverno

e mi mangio i maccheroni.

              

 I MESI

 GENNAIO

 Della sovrana Eclitica

compiuto il corso intero

ritorna il sole a correre

il gemino Emisfero.

 All’anno che rinnovasi

io primo apro le vie,

e i mesi corron celeri

poscia su l’orme mie.

 Le nevi e i campi imbiancano,

io stommi al fuoco allato,

e ‘l pigro gelo io tempero

col bel liquor pregiato.

 Ma il riso e i giuochi seguono

in mille liete forme,

festeggia a gara il popolo

de l’ebro Dio su l’orme.

 E mentre gaio ed ilare

disserro le auree porte,

porto a’ mortali augurio

d’una felice sorte.

 

 FEBBRAIO

 Corro il più breve stadio

fra miei compagni, e intanto

anch’io tra lieti cembali

entro, e tra il suono e ‘l canto.

 Tra i balli e tra le crapole

la gioventù folleggia

Bacco per tutto invocasi,

Bacco d’intorno echeggia.

 Né perché il verno esercita

la moribonda forza

ne’ petti altrui la vivida

dolce soave ammorza.

 Ma il crapular festevole

Vegg’io talor turbato,

a me silenzio intimasi

e ‘l tutto è già cangiato.

 Donna sparuta e squallida

mi si fa incontro e vuole

che in viver aspro canginsi

gli scherzi e le carole.

 Ed io confuso e attonito

sferze e cilici abbraccio,

e tra digiuni e lacrime

finisco il corso, e taccio.

 

 MARZO

 Il pigro Verno ascondesi,

si scioglie l’aspro gelo,

 il dì, le notti agguagliansi,

splende più chiaro il Cielo.

 La terra nel prolifico

addormentato seno

sente il calor, che vivido

dispiega il germe appieno.

 Già l’arator sollecito

il grembo suo fecondo

di nuovi semi carica

con solco alto e profondo.

 Già la cerasa pallida

di fior si veste e adorna,

la mammolina celere

ecco a fiorir ritorna.

Da l’Aquilon che adirasi

soffro talora oltraggio,

ma Febo ognor ristorami

col tiepido suo raggio.

E’ singolar mia gloria

de’ mesi infra la schiera

dar fine al verno rigido,

principio a Primavera.

 

APRILE

La dolce primavera,

l’alma stagion de’ fiori

nutrice degli amori

già lieta a noi tornò.

E a lo spirar di zefiro

su la nativa brina

la tremola marina

la rondine varcò.

Io lieta il crin m’infioro

sul margine d’un rio,

ed il diletto e ‘l brio

mi son compagni ognor.

D’amor già caldi guizzano

i pesci in mezzo all’onde,

gli augelli tra le fronde

s’infiammano d’amor:

Il pastorel, che lieto

uscì dal chiuso ovile,

torna con dolce stile

le pive ad accordar:

Ed io tra il vivo giubilo

de le create cose

intenta son le rose

ognora a vermigliar.

Leggiadri giovinetti,

donzelle avventurate,

passar deh! non lasciate

il fior di gioventù.

Ogni stagion rinnovasi,

rinnovasi ogni campo;

la gioventude è un lampo

che non ritorna più.

 

MAGGIO

 Venite al rezzo amabile

dei faggi, e degli allori

voi Ninfe, voi pastori

giulivi a riposar.

 Lieti frondeggian gli alberi,

lieto verdeggia il prato,

scorgonsi in ogni lato

i campi verdeggiar.

 Gli augelli a gara temprano

amorosetti accenti,

i rivoli correnti

vi parlano d’amor.

 Le aure soavi e garrule

fan mormorar le foglie,

e tutto par che invoglie

a viva gioia il cor.

 E l’Usignol, che armonico

ne sta cantando all’ombra

l’alme più schive ingombra

di tenero desir.

 Ride dipinto l’Etere

di lucido zaffiro,

ed il celeste giro

più lieto fa apparir.

 Tutto si allegra e adornasi

e si rinnova il mondo;

fa il mio poter giocondo

natura giubilar.

 Maggio v’invita celeri,

correte a lui mortali,

un dolce oblio dei mali

a voi saprà recar.

 

 GIUGNO

 Or che al fine a noi s’invola

la stagion‘alma di Flora

ogni campo intorno indora

il prolifico calor.

 Ed io cinto il crin di spighe,

dono a ognun pregiato e caro,

la sua messe già preparo

all’adusto mietitor.

 L’amorosa forosetta

più non orna il crin di rose,

ma le spighe ponderose

già s’affretta a radunar;

 ed al rustico affannoso

rozzo cibo appresta intanto,

che tra l’ombre a un rivo accanto

va la fame a ristorar.

 Io superbo fra compagni

vado pur d’eccelsi onori,

chè se April dà erbette e fiori,

rose Maggio e frondi dà;

 io di Cerere ministro

apro a voi più bel tesoro

per sostegno per ristoro

dell’afflitta umanità.

 

 LUGLIO

 Sotto la ferza fervida

del sol la estiva arsura

cresce, e per tutto spegnesi

già la natìa verdura.

 L’aurette e i venti tacciono

taccion le note usate

degli augelletti, e assordano

l’aria cicale ingrate.

 E già il villan, che il provvido

lavor compiuto mira,

i doni almi di Cerere

su l’aie ammucchia e tira.

 Ed io mi sto benefico,

ognora a lor d’intorno,

e quando il grano avventano

discinti a mezzo il giorno;

 qualche aura io fo che destisi

a lor propizia: intanto

la villanella il fervido

calor tempra col canto.

 Venite, o Ninfe, a immergervi

entro a le gelid’onde,

mentre che fiamme versano

le arse campagne bionde.

 Io con montane fragole

a l’ombre di un alloro

e col liquor di Bromio

vi porgerò ristoro

 di colà uscendo; e provvido

farò la vostra pace.

Non turbi con insidie

Satiro alcun procace.

 

  AGOSTO

 Segue col raggio ignifero

la fervida stagione,

e Febo dal Leone

fiamme versando sta.

 Ma ne veng’io benefico

co’ doni miei graditi,

e vi fo dolci inviti

con dolci frutti già.

 Tra verdeggianti pampani

quell’uva moscatella

oh! quanto è lieta e bella

al gusto ed all’odor.

 Quel vivido cocomero

oh! qual racchiude in seno

di bel sapor ripieno

fresco soave umor.

 Già il cacciator sollecito

 della pedestre quaglia

col piè la fuga agguaglia

per quella insidiar.

 E colla zampa in aria

il fido can sagace

a lui fa cenno, e tace

e stallo ad aspettar.

 Della stagion di Bromio

io nunzio sono al fine,

e con soavi brine

tempro talor l’està.

 E già tra lieti crotali

quello appressar vegg’io;

vi annunzio al partir mio

contento e ilarità.

 

 SETTEMBRE

 Ecco settembre: spirano

di autunno aure più grate,

le viti ecco rimiransi

da grappoli ingemmate.

 

Spiega dal ciel più docile

omai suoi raggi il Sole,

e al dì la notte agguagliasi

su la terrestre mole.

 Il villanel sollecito

tra corbe e tini appresta

la misteriosa fescina

di vimini contesta.

 Della stagion pomifera

raccoglie i doni intanto,

e da sue cure provvide

gloria egli attende e vanto.

 La villanella giubila,

che vede i giuochi e ‘l riso

tornar con lieto augurio,

con gaio allegro viso.

 Oh forosette amabili,

il tempo è già vicino:

Amor fra le vendemmie

scherza col Dio del vino.

        

 OTTOBRE

 Tra le vendemmie e i torcoli,

gioioso ebrifestante

tra voi già Bacco inoltrasi,

correte a lui davante,

donzelle, allegri giovani,

il Nume a salutar.

 Ecco Silen che gongola

sul placido asinello,

ecco i lascivi Satiri

in vivido drappello,

ecco le audaci Menadi

lui liete accompagnar.

 Io che vi porto il gaudio,

forier del Dio di Pace,

già sciolgo alla licenzia

ardito il labbro audace;

lungi importuni e squallidi

sapienti di ogni età.

 Si odan tra lieti grappoli

cantar non pugne ed armi

ma lieti ausoni cantici,

ma fescennini carmi:

viva quel Dio benefico

che ‘l riso al mondo dà.

 Ride natura e allegrasi

a la stagion diletta,

si ode cantar festevole

la vaga lodoletta,

tordi e fringuelli veggonsi

tra gli alberi girar.

 Mentre che i don di Bromio

ne’ tini accolti insieme,

tinto di mosto il ruvido

 villano, e pigia e preme,

ed a le vispe giovani

scherzoso sa insultar;

 io tra compagni gloria

merto che guidan l’anno,

io son che tolgo gli uomini

dal duolo e da l’affanno,

il gelo e ‘l caldo io tempero

col dolce mio liquor.

 Io tra le regie tavole

porto la gioia e ‘l riso,

ristoro a mensa semplice

il contadino assiso;

tutti a me dunque rendano,

qual mi è dovuto, onor.

 

 NOVEMBRE

 Poiché il riso e l’allegria

scherzò assai dell’uomo amica;

di più utile fatica

io ne vengo apportator.

 De l’umor del ciel fecondo

di ogni suol ricolmo è il seno;

ed a fendere il terreno

chiamò il provvido arator.

 Entro botti salde annose

io di ottobre il frutto aduno,

nè tralascio studio alcuno

per poterlo conservar.

 E sebben la fredda bruma

cade, e a’ campi muti aspetto,

anch’io porgo altrui diletto,

i miei doni anch’io so far.

 Quando il sole in sul mattino

fuga omai l’orror notturno,

io so il tordo taciturno

nelle reti far venir.

 So gli uccelli peregrini

attirar con falso fischio,

che impacciati dentro al vischio

modo più non han di uscir.

 Ma pur quell’ond’io vo altero

non è il labile contento,

che sparisce in un momento,

che durevole non è:

 ma il mio pregio più verace

e che all’uom più giova insieme,

è che in terra io spargo il seme

il qual Cerere a noi diè.

              

 DICEMBRE

 Già del frondoso onore

spogliata è la campagna,

la neve alla montagna

comincia ad apparir.

 Si appressa il verno rigido,

ed il pastor si accelera

entro del suo tugurio

il gregge a ricoprir.

 E poiché tutto mira,

bianco il suo campo intorno,

fa il villanel ritorno

alla capanna allor.

 E accanto al foco assidesi,

e o sta le corbe a tessere,

o con Licore e Fillide

a ragionar d’amor.

 O a’ lepri insidie tende

entro le note fratte,

o spreme il caldo latte

entro del chiuso ovil.

 

O sta le olive a frangere

e a trarne il pingue ed utile

umor che serba provvido

poi con industre stil.

 O tragge al suo destino

il ciacco ponderoso,

e intende poi festoso

a lieto banchettar.

 Ma ecco che il volubile

anno sen va al suo termine,

quando la volta toccami

a voi saprò tornar.

 

 

 

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